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20 Nov
Mosaico Internazionale
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Occidente e Oriente, concezioni contrapposte?

Di Moreno Pedrinzani

L’Oriente come immaginario.

Possiamo pensare all’Oriente come quel luogo mitico che si presenta come un pozzo infinito di immaginarî e favole morali, riserva dalla quale l’Occidente può attingere materiali utili alla propria rappresentazione, al proprio dominio e, talvolta, persino alla propria messa in discussione. Si pensi al fascino esotico delle Mille e una Notte raccolte da Antoine Galland nel XVIII secolo, ma anche al puramente occidentale Vathek di Beckford, che rimaneggia il materiale della fiaba orientale in maniera credibile, ma avulsa dal suo contesto culturale. È in tali circostanze che sono sorti e si sono riprodotti i pregiudizi e gli schemi mentali più noti, tutt’oggi in auge, volti a descrivere vizi e virtù di un tipo “orientale”, archetipo che altri non è che il riflesso distorto di sé stessi, proiezione di vizi, virtù e nevrosi dell’uomo occidentale, che può dirsi pienamente uomo moderno, inteso come individuo postosi fuori dalle supposte tirannie dello spazio e del tempo, con tutto ciò che ne consegue, anche di catastrofico. Così l’Oriente è stato variamente erotizzato, specie in ambito francese: si pensi ai dipinti di Ingres, con le sue lascive donne del gineceo, nude come Veneri, o alle schiave che vengono languidamente uccise nella Morte di Sardanapalo di Delacroix, dove un sovrano orientale immerso nel lusso sibaritico, esprime una concezione irrazionale e crudele dell’esistenza umana, con un forte impulso di morte, secondo la nota leggenda greca riportata da Diodoro Siculo che lo vuole un tenebroso stregone dedito alla gola e alla lussuria, dai modi in ogni parte obbrobriosi, con cui ogni atto, e ogni pensier suo conformava, imitando le donne.

Eugène Delacroix, La morte di Sardanapalo, olio su tela, Museo del Louvre, Parigi, 1827. (Particolare). Fonte: Wikimedia Commons.

Le letture psicologiche dell’Oriente.

Nella metafora di questo Oriente l’europeo legge ciò che gli aggrada, ognuno vi proietta desideri e paure. Il concetto di Oriente addirittura predata l’esistenza dell’Islam e la conseguente espansione araba, ma è comunque sempre uguale a sé stesso: opposto dell’Occidente, sia in senso geografico che spirituale. Se è vero che esiste ed è esistita una concezione alternativa, per così dire “mediterranea”, volta a ricercare le similitudini tra i popoli del sud, e non le differenze tra le civiltà, essa è rimasta marginale, poiché l’elemento coesivo della realtà è lo spirito oceanico-atlantico anglo-americano, che spinge a suddividere il mondo in blocchi contrapposti col mediterraneo come frontiera, e non come cerniera. Se potessimo lasciar da parte queste prospettive continentali, l’Italia sarebbe il perfetto laboratorio per un’identità nuova, di confronto e fusione, con le sue innumerevoli influenze e il suo essere zona di faglia tra numerosissime differenti concezioni etno-confessionali. Tutt’oggi la retorica del conflitto di civiltà si innesta irrevocabilmente in questa struttura solidificata dal passare dei secoli, sempre nutrita di immagini e storie a renderla viva. Non è diversa, in tal senso, la concezione dell’orda nomade (turcomanna) o schiava (dei giannizzeri), in entrambi i casi quasi composta da automi, pronta a riversarsi come un fiume in piena su Roma che avevano gli uomini del Rinascimento, e la paura della figura del jihadista, sfuggente e cupo, irrazionale e fanatico, propria della Guerra al terrore del XXI secolo.

L’Islam, il Mar Mediterraneo e la penisola italiana tra unione e conflitto.

L’ottomano, incisione presente in un foglio volante anti-ottomano d’area germanica, 1529. Si noti il chiaro riferimento al tema artistico e narrativo della Strage degli innocenti. Fonte: Wikimedia Commons.

L’Islam si potrebbe considerare in una posizione provocatoria rispetto all’Occidente, ma è l’Italia a rappresentare il baricentro periferico di questo gioco di contrasti. Esso circonda l’Europa a Sud e ad Est, domina ampie porzioni del Mar Mediterraneo, un dominio che gli occidentali possedevano incontrastato, se volessimo pensare ad un processo di lunga durata di opposizione tra l’Occidente continentale e una civiltà afro-asiatica, sin dalla fine della Terza guerra punica del 146 a.C. L’Islam controlla la Terrasanta, dalle quali ha attinto storie, miti e profeti, integrandoli in una religione che per gli occidentali è poco comprensibile e che venne considerata alla stregua del paganesimo per quasi un millennio. In Italia l’aggressione di popoli di religione islamica colpì con durezza tra il tardo medioevo e la primissima età moderna, due regioni che non hanno niente in comune tra loro, se non l’essere le più proiettate vesto est: Il Friuli e la Puglia. Il primo flagellato a più riprese, tra il XV e il XVI secolo, dalle incursioni dei cavalleggeri bosniaci fedeli all’impero ottomano, l’altra invasa nel 1480, quando ebbe luogo il massacro di Otranto. Questi momenti sono stati cristallizzati nella memoria collettiva degli italiani come esempi di crudeltà turco-islamica, materiale rimaneggiato e custodito nella memoria collettiva, tanto che Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1944 la piece teatrale I Turchi in Friuli per parlare in modo metaforico dell’invasione del Terzo Reich in Italia, un’Italia travagliata e violata non dissimile da quella narrata dall’inquisitore piacentino Umberto Locati nel 1494. Per sua struttura naturale il Salento è opposto ai Balcani e può essere loro ingresso naturale, lo è stato nell’antichità e nel Medioevo, ma l’impatto della potenza ottomana tramutò il sud Italia da testa di ponte verso l’Oriente a baluardo di estrema difesa contro di esso, con tutto ciò che ne poteva conseguire sul piano dello sviluppo materiale, architettonico e territoriale, e del pensiero.

L’Impero Ottomano come civiltà stratificata.

In una certa misura l’Islam ottomano si rese artefice di una nuova forma di civiltà che ha funzionato per stratificazione e sintesi. Anche l’identità romana venne inglobata dall’impero turco, curiosità che in Europa a volte è taciuta e a volte è esaltata, data la continuità dello Stato ottomano con la Roma imperiale attraverso l’adozione del titolo di Cesare dei romani da parte del sultano Mehmet II dopo la presa di Costantinopoli, ciò aprì uno scenario terrificante nell’idea che il sultano potesse puntare su Roma in virtù di tale diritto acquisito. Eppure è in questa stessa Italia, dove il pericolo turco era terrorizzante e tangibile, che esso penetra nell’immaginario come farsesco e buffonesco, finendo per diventare maschera, archetipo diabolico da esorcizzare, fino a diventare, in un Settecento dove l’impero ottomano non faceva più paura, vivace esempio esotico per trattati di pensiero e oggetto estetico per rinnovare la moda e l’arte attraverso le turcherie del vestiario e dell’artigianato.

Guénon René, Oriente e Occidente, Adelphi, Milano, 2016.

Ricci Giovanni, I turchi alle porte, Il Mulino, Bologna, 2008.

Pasolini Pier Paolo, I turchi in Friuli, Quodlibet, Macerata, 2019.

Pedrinzani Moreno, L’Oriente culturale e metafisico nella costruzione del ‘discorso’ occidentale in Africana, Vol. XXX, 2024.