PortaPortese Giornale Annunci Gratuiti
a cura del prof. Marco Pugliese
Siamo abituati a pensare alla geopolitica come a un mondo di mappe,
confini, trattati e forze armate schierate. Eppure, c’è un’altra
dimensione, forse più silenziosa ma non meno influente: la diplomazia
culturale, quella mano di velluto che avanza senza far rumore. La spiega
bene Cerbo quando dice che «la diplomazia culturale è uno strumento di
soft power, la capacità di far prendere ad altre nazioni decisioni
vantaggiose per noi senza ricorrere all’uso della forza». In un mondo
dove le cannoniere sono spesso sostituite dai tweet e dalle sanzioni
economiche, il potere della cultura diventa un campo di confronto sempre
più cruciale.
Soft power come induttore di cambiamento
Che cos’è, dunque, il soft power? È la possibilità di convincere gli
altri che il tuo modello sia il migliore, senza imporlo con la violenza.
Può suonare sdolcinato, ma è tutt’altro che ingenuo. Tradizionalmente
gli Stati si sono relazionati con l’hard power: carri armati, aerei da
combattimento, basi militari. Eppure, con il tempo, hanno capito che non
sempre serve sbattere i pugni: talvolta, se un Paese riesce a sedurre
col fascino della sua arte, della sua musica, del suo cinema, o della
sua cucina, può ottenere risultati ancor più duraturi. C’è chi dice che
un concerto di un famoso direttore d’orchestra valga più di un reparto
corazzato, se l’obiettivo è costruire empatia e fiducia.
L’Europa e l’America lo sanno da tempo: gli Stati Uniti con Hollywood
hanno dettato per decenni l’immaginario di intere generazioni; la Gran
Bretagna ha puntato su college d’élite e su un patrimonio museale
sconfinato; il Giappone sull’eleganza millenaria e la tecnologia
d’avanguardia. E l’Italia? In apparenza, siamo sempre quelli che si
godono la vita, l’arte, la buona tavola. Ma proprio in questo risiede la
nostra arma segreta: siamo un Paese in vetta alle classifiche del soft
power, grazie all’enorme patrimonio artistico, a un’industria della moda
e del design celebre in tutto il mondo, e a una tradizione culinaria che
non ha eguali. Se l’obiettivo è conquistare cuori e menti, noi partiamo
in pole position.
La diplomazia culturale parte spesso da quello che si ha in casa. Noi
abbiamo ben 59 siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio
dell’umanità – e già si lavora per il sessantesimo: la Via Appia antica
a Roma. Sono numeri che non servono solo a fare bella figura nelle
brochure turistiche: rappresentano un capitale simbolico immenso.
Nessun’altra nazione dispone di tanta ricchezza diffusa, frutto di
secoli di storia stratificata, di civiltà che si sono succedute e
intrecciate. Ecco perché l’Italia sale spesso sul podio quando si tratta
di cultural diplomacy: sappiamo, o potremmo sapere meglio, come far
valere questo tesoro per costruire ponti con l’estero, proporre scambi
culturali, attrarre studenti e ricercatori.
Eppure, la posta in gioco non si limita a un mero esercizio di
prestigio. Oggi più che mai, la geopolitica della sicurezza si lega
strettamente ai mezzi di comunicazione e alle dinamiche che plasmano
l’opinione pubblica. Ci sono aree del mondo dove la minaccia è ancora
concreta e suona a colpi di artiglieria – basti pensare alle tensioni in
alcuni Paesi ex sovietici – ma altrove le battaglie si combattono sul
terreno dell’immagine e del consenso. Un Paese che riesce a dare di sé
un’immagine solida e attraente ha un vantaggio strategico: rende più
difficile per gli avversari demonizzarlo, isolarlo o neutralizzare la
sua influenza.
Se la cultura è un canale privilegiato per diffondere valori e ideali,
si capisce come possa diventare un tassello centrale nella geopolitica
della sicurezza. Non c’è solo la forza bruta da considerare: c’è anche
la costruzione di alleanze, la prevenzione dei conflitti, la creazione
di un clima internazionale meno incline allo scontro. Quando un Paese
appare agli occhi degli altri come un partner affidabile e ricco di
spunti di collaborazione, i venti di guerra faticano a soffiare. Senza
contare l’importanza di quell’elemento chiave chiamato “credibilità”:
una nazione che diffonde fake news o propaganda spiccia rischia di
compromettere la fiducia degli interlocutori, mentre chi punta sulla
qualità culturale e sulla trasparenza può costruire relazioni più
solide, anche dal punto di vista strategico.
Negli ultimi anni, abbiamo visto emergere o rafforzarsi potenze come la
Cina, che pratica un soft power muscolare, basato su istituti di cultura
(come gli Istituti Confucio), scambi accademici e ingenti investimenti
in infrastrutture mediatiche. Anche qui, il confine tra propaganda e
diplomazia culturale è labile: ma l’obiettivo è chiarissimo, guadagnare
terreno nello scenario globale. In fondo, ogni Paese, quando fa
diplomazia culturale, spera di ritrovarsi con alleati meno reticenti e
con un’aura di rispetto difficile da scalfire.
Intepretare gli avvenimenti recenti è importante
Un altro aspetto spesso sottovalutato è quello che si potrebbe definire
“intelligence culturale”. Non basta organizzare concerti e convegni per
vendere la propria immagine all’estero: occorre anche sapere leggere ciò
che accade dietro le quinte, captare segnali deboli, interpretare
cambiamenti sociali. Lo strumento non è la spia col trench e il
borsalino: piuttosto, sono i docenti, i ricercatori, i mediatori
culturali che trascorrono anni in università straniere, lavorano a
contatto con le comunità locali e sviluppano un autentico bagaglio di
conoscenze. Attraverso questa rete di rapporti informali – ma
perfettamente legittimi – si raccolgono indicazioni preziose su mode,
idee e umori politici di un Paese. È un modo di agire soft, che evita
situazioni di conflitto palese e permette di orientare o anticipare
determinati scenari.
Nell’epoca dei social network e della globalizzazione digitale, poi, i
canali di scambio si moltiplicano. Un documentario su Netflix, un
festival cinematografico dedicato alla cucina italiana, una borsa di
studio per giovani ricercatori stranieri: tutti esempi di come si possa
influenzare e conoscere allo stesso tempo. Se è vero che viviamo in una
fase di “conflitti ibridi”, dove la disinformazione gioca un ruolo
spesso decisivo, la difesa culturale diventa anche una forma di
sicurezza nazionale. Poter monitorare in tempo reale la percezione
dell’Italia in un Paese lontano, capire se sta montando un sentimento
anti-occidentale, individuare dove si infiltra la propaganda di potenze
rivali: tutto questo è un tassello decisivo di una strategia di difesa
moderna.
In un pianeta in cui, a tratti, sembra si vogliano erigere più muri che
ponti, la cultura può ancora fungere da ponte ideale. Il soft power non
è un altruismo disinteressato: è un investimento nel lungo periodo, un
seme che si pianta sapendo che non germoglierà domani. Ma se curato con
costanza, quel seme diventa un albero rigoglioso di relazioni,
opportunità e – per l’appunto – sicurezza condivisa. D’altra parte,
quando le altre vie falliscono, quando ci si trova di fronte a chi
decide di battere i pugni sul tavolo, non resta che tornare all’hard
power. Ma è una soluzione che costa cara in termini di vite e risorse,
e, soprattutto, non genera quel consenso che può reggere nel tempo.
L’Italia, con la sua storia, il suo patrimonio, la sua tradizione, può
giocare questa partita al massimo livello. Lo fa, ad esempio,
collaborando con organizzazioni internazionali, proponendo e ospitando
mostre itineranti, festival dell’opera, rassegne cinematografiche che
raccontano l’autentica realtà del Paese. Un’operazione che non deve
fermarsi all’immagine da cartolina, ma spingersi a far conoscere il
Paese nella sua complessità, inclusi aspetti meno noti e più
problematici. Perché la diplomazia culturale funziona davvero se è
trasparente, sincera e capace di suscitare dibattito, non solo applausi
di circostanza.
Se è vero che la storia viene scritta dai vincitori, oggi la penna può
essere imbevuta di inchiostro culturale. Il mondo, sempre più
interconnesso, ha bisogno di ponti che vadano oltre i confini e gli
steccati ideologici. La diplomazia culturale, unita a un’abile
intelligence culturale, diventa una risorsa fondamentale per la
geopolitica della sicurezza: previene conflitti, guadagna fiducia, crea
spazi di confronto. È la prova vivente che si può esercitare potere
anche con una stretta di mano, un’opera d’arte o una specialità
culinaria. Certo, non sempre funziona, soprattutto quando l’altra parte
non vuole ascoltare. Ma forse è proprio in quei momenti che il soft
power mostra la sua forza più grande: la capacità di resistere e
germogliare, come un seme piantato nelle crepe dei muri che alcuni
vorrebbero erigere. E prima o poi quei muri, come la storia insegna,
crollano.