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25 Dic
Mosaico Internazionale
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Siria in fiamme, fra un progetto di stabilità e un bottino in territori da acquisire.

Di Pasquale Camuso

Il Contesto Geopolitico e le Forze in Campo

Dalla fine di novembre, vari gruppi appartenenti a milizie ribelli hanno preso azione contro le armate regolari del governo siriano di Bashar Al-Assad.
La Siria restava, anche prima di questa serie di azioni militari, un territorio conteso fra vari attori, anche esterni all’area geografica, che occupano tuttora territori di varia ampiezza, anche con finalità tattico-strategiche.

Gli Stati Uniti hanno una base militare a ridosso del confine fra Iraq e Giordania, che controlla un’area pressoché desertica di de-escalation, in congiunzione con le armate della Syrian Free Army, e lungo la direttiva dell’autostrada Damasco-Baghdad, con poche centinaia di soldati, ma che continuativamente addestra nuove truppe per il SFA (syrian free army).
La Russia ha due basi sulla costa: una base navale a Tartus, considerata l’unico appoggio navale russo in mediterraneo, e la base aerea di Khmeimim, non molto distante, usata per semplificare azioni di appoggio aereo in Siria a favore dell’alleato governo di Assad.

Oltre a questi due maggiori players, dalla perdita di coesione dello Stato dovuta alle ribellioni partite dal 2011, la Turchia effettivamente controlla due aree prospicienti il proprio confine, mentre i curdi dell’SDF (Syrian democratic forces) controllano un’ampia area a nord-est del paese, con un confine principalmente segnato dal fiume Eufrate, occupando anche Raqqa e quasi fino ad Aleppo.


L’Offensiva dei Ribelli e la Caduta di Assad

I vari gruppi di ribelli presenti nell’area hanno lanciato un’offensiva rapidissima, principalmente partendo dai territori occupati dalla Turchia e scendendo verso le principali vie di comunicazione, occupando in pochissimi giorni Aleppo e Idbil, poi Hama ed Homs, prendendo virtualmente il controllo di tutte le più grandi città siriane eccetto Damasco, e costringendo Assad a lasciare il paese, venendo esfiltrato dai russi direttamente a Mosca.

Ciò che appare interessante di questi avvenimenti, è che la rapidità con cui si sono susseguiti, circa un mese, è dovuta anche dalla pressoché assenza di tentativi di reazione dell’esercito di Assad, e dell’azione israeliana di bombardamento di quasi tutti gli obbiettivi militari in Siria in pochissimi giorni, arrivando a distruggere quasi tutte le riserve di armamenti sul territorio; si direbbe che Assad abbia semplicemente abbandonato il paese, rendendosi conto della futilità di combattimenti nel tentativo di mantenere il potere, e probabilmente il suo esercito ha preferito, o gli è stato ordinato, di deporre le armi ed evitare i combattimenti, favorendo una transizione rapida e il più possibile senza sangue a lordare le strade.

Visto il mancato supporto iraniano e russo, i gruppi di ribelli coinvolti e le loro dotazioni in armi ed equipaggiamento, e il trasferimento di Assad in Russia piuttosto che in Iran (dove un eventuale aviotrasporto avrebbe dovuto attraversare territori ostili come l’Iraq o la Turchia), è possibile anche ipotizzare che Assad abbia dovuto ritirarsi in quanto Putin stavolta, impegnato su tantissimi fronti, non abbia potuto o voluto aiutare ulteriormente il proprio alleato, preferendo invece sganciarsi dall’impegno e addirittura, al momento, ritirandosi anche dalle due basi occupate sulla costa menzionate in precedenza.


Le Prospettive Future e la Strategia di Ricostruzione

Israele, che ha acquisito anch’essa una piccola parte di territorio a ridosso delle alture del Golan, all’interno della Siria, con probabile funzione di controllo e cuscinetto contro il movimento di terroristi e profughi, ha sversato su obbiettivi militari nei territori di Assad (e anche in alcune aree occupate dai curdi), un quantitativo di ordigni fra i più grandi dell’ultimo secolo, annullando così la possibilità di un ritorno alle armi da parte dei regolari di Assad in un secondo momento.

Le operazioni di IDF, unite alle dichiarazioni di Ahmed al-Sharaa (attualmente parte del governo di transizione siriano, che ha militato sia in Al- Qaida sia in IS, per poi continuare il suo percorso in al-Nusra e quindi nel HTS, Hay’at Tahrir al-Sham), che ha dichiarato la dissoluzione di tutte le fazioni coinvolte nel conflitto e la detenzione di armi solo in mano all’esercito, portano a pensare ad una strategia lungamente pianificata per “pacificare” la Siria e renderla una nazione favorevole alla presenza occidentale. Questa idea sembra avvalorata dal supporto aereo di IDF in favore, in alcuni casi, di attacchi via terra eseguiti, ad esempio, proprio contro le basi russe ed in particolare quella aeroportuale di Khmeimim: i bombardamenti hanno preceduto di ore in alcuni casi, gli attacchi dell’HTS, precisione raggiungibile solo o con una coordinazione fra i due gruppi armati, o con l’osservazione da parte di IDF dei movimenti dei ribelli, in modo da colpire precedentemente i loro bersagli futuri, per aiutarli in maniera indiretta nella loro acquisizione.

Nel frattempo però, vecchie cellule di IS si risvegliano nelle città e villaggi a ridosso col confine curdo lungo l’Eufrate e colpiscono con attentati. In teoria la base americana di Al-Tanf avrebbe dovuto controllare e ridurre proprio la presenza di IS sul territorio, e in effetti per un buon periodo gli attacchi sono stati decisamente limitati, inoltre uno strike americano preventivo, ha ucciso proprio in questi giorni uno dei principali esponenti di IS, Abu Yusif, vicino Deir ez-Zour. Sul lato nord-ovest invece, le forze alleate turche, colpiscono anch’esse il confine con SDF e rosicchiano importanti porzioni di territorio, probabilmente nel tentativo di ricacciare i curdi al di qua dell’Eufrate.

In questo caos di fazioni coinvolte, le dichiarazioni dei principali esponenti ribelli non lasciano presagire, però, una ricostruzione indolore e migliorativa: i primi messaggi dimostrano chiaramente che la Siria vedrà un nuovo governo (che si è affrettato a nominare da subito un ministro degli esteri, ed ha dichiarato a strettissimo giro la riapertura dell’ambasciata siriana in America) di stampo integralista, con aspirazioni del tutto simili a quelle afghane a partire dalla libertà religiosa soppressa e le libertà femminili severamente minate, all’istruzione e all’inserimento religioso nella politica.

Questa panoramica si incontra con uno Stato in cui Assad ha, bisogna dirlo, campato di rendita fino ad oggi, non riuscendo a pacificare molti dei territori a lui sottoposti e senza migliorarne significativamente la posizione economica, d’altra parte i suoi principali alleati si sono molto indeboliti a causa dei recenti conflitti, e non potendo più aiutarlo economicamente, hanno posto le condizioni per un reinfiammarsi dei moti rivoluzionari dei gruppi di Al Qaida e di IS.

Una ultima considerazione però, sulla presenza russa va fatta: attualmente Putin è certamente sulle spese, quindi liberarsi di un alleato così fragile, pone di nuovo a sua disposizione risorse ed uomini assai utili: se è vero che sul territorio siriano sono stazionati al momento, probabilmente, meno di 10mila soldati russi, bisogna considerare che nel caso di rinforzo russo alle truppe di Assad, questi numeri sarebbero probabilmente triplicati, assieme ad ingenti risorse ed equipaggiamenti necessari al combattimento, e con la certezza di trovarsi a contatto diretto con attori esterni che la Russia, ancora, non vuole farsi davvero nemica.

Se, come è possibile, Putin abbia convinto Assad ad abbandonare la Siria nelle mani ribelli, diviene assai probabile che lo abbia fatto proprio per tornare nella disponibilità di risorse che al momento gli sono utili per chiudere la partita in Ucraina, mentre non si esclude affatto un ritorno in futuro, nel momento in cui la situazione in Siria si evolva verso un futuro strutturato ma poco stabile, molto simile all’attuale questione libica.