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Al Morlacchi un Riccardo III che va incontro al pubblico e parla il linguaggio della contemporaneità
Di Sandro Allegrini
(Perugia) Un’operazione che va oltre lo spettacolo e costituisce una riflessione sulla smania del potere. E che segue l’indicazione gramsciana di portare la cultura verso il “popolo”. Diremmo oggi la gente, il pubblico. Cui si propone una tragedia convertita in apologo valido hic et nunc.
Machiavellica operazione, quella di Antonio Latella, intellettuale e non solo teatrante, di spostare l’azione del Riccardo III al Secolo dei Lumi, per più di una ragione. Per le ragioni della ragione, non di quelle del cuore, superando la nota affermazione pascaliana secondo la quale “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”.
Su quelle “ragioni” siamo a ragionare, riflettendo sul male e sul potere. Scoprendo, una volta di più, “di che lacrime grondi e di che sangue”. Insomma, una riflessione metastorica, nel senso che si spinge oltre la storia e fa del male un prototipo ontologico dell’umano.
Vinicio Marchioni interpreta alla perfezione questo ruolo maledetto, aiutandoci a verificare la veridicità del Woyzeck di Georg Büchner: “Ogni uomo è un abisso. Ti vengono le vertigini a guardarci dentro!”.
E le ferite del corpo e dell’anima costituiscono le feritoie attraverso le quali penetrare “in interiore homine”. La seduzione del male realizzata attraverso la parola. Che è pietra e pugnale, astuzia e violenza, fascino e sillogismo. Finzione e verità convivono (in)felicemente. Perché ogni tragedia inventata riflette un dramma che non s’inventa. Si vive.

La vicenda del Riccardo III è intricata, tanto che la brochure di sala propone un albero genealogico (opera della dramaturg Linda Dalisi?) al quale appoggiarsi, non senza difficoltà. Ma direi di non fermarci alla cosiddetta trama.
Il lavoro di Latella si può godere anche a pezzi. Perché ogni scena, ogni personaggio racconta una storia, o più storie. E ciascuno ha un proprio ruolo, direi che gode di una speciale autonomia. The rest is silence.
Un’operazione convincente, che propone una compagine di ben 11 attori (qualcuno fa più d’una parte) in stupefacente sinergia. Nessuna sbavatura. Una scena (di Annelise Zaccheria) luminosa e numinosa, con fiori bianchi a raccontare un eden solo esteriore, ma dentro un inferno. Una piazza in cui si assiste a congiure e nefandezze, seduzioni e sedizioni.

Alcuni punti della rappresentazione sono memorabili. Il primo è quello in cui Riccardo chiede alla madre la mano della giovane sopravvissuta alla uccisione dei fratelli. Un ragionamento contorto e viziato, promettendo un ipotetico bene in cambio del sicuro male già fatto, in cui blandisce e seduce, con la parola non meno che col corpo, generando ribellione e disgusto.
E poi quel monologo finale, a luci accese, in cui Riccardo/Vinicio Marchioni guarda il pubblico in faccia e si pone e si propone, presagendo una fine imminente e ineluttabile
Una parola sulla traduzione, ardita e spiegata da Federico Bellini in un’ampia nota. Intercettiamo frasi topiche come “il mio regno per un cavallo” o termini di forte attualizzazione. Il che non può che convincerci circa la bontà dei suoi riferimenti. Anche perché è una versione condotta sulla base di solide argomentazioni, oltre che sulla mera conoscenza della lingua.
Uno spettacolo, insomma, che pone temi e problemi, che racconta il passato per calarsi nel presente, che assume metafore e traslazioni. Che coniuga in modo memorabile passato e presente. Il che ne fa decisamente un classico.