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Di Giampiero Tasso
(Spoleto) Domenica 8 febbraio alle 20.45, al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti di Spoleto, Moni Ovadia sarà il protagonista di una straordinaria messa in scena del capolavoro letterario di Herman Melville, “Moby Dick”. L’opera, adattata per il teatro dal regista Guglielmo Ferro, esplora il conflitto tra uomo e destino in un viaggio ipnotico nell’animo umano, offrendo un’esperienza teatrale imperdibile.

Ovadia vestirà i panni del leggendario Capitano Achab, lo straordinario protagonista del romanzo, affiancato da un cast di eccezione che include Matteo Milani, Giorgio Borghetti, Nicolò Giacalone, Pap Yeri Samb, Filippo Rusconi, Giuliano Bruzzese, Moreno Pio Mondì e Marco Delle Fratte.
“Moby Dick” è la storia di un’ossessione epica che ha la fisionomia di una tragedia shakespeariana, con personaggi dal profondo senso drammatico. Il Pequod, il vascello stregato che porta la ciurma verso la perdizione, è il teatro di una lotta senza quartiere tra l’uomo e il suo destino. Achab, ossessionato dalla vendetta, è l’uomo empio che disconosce Dio, mentre Starbuck rappresenta la voce della prudenza e della coscienza, testimone di una visione teocentrica che si scontra con la blasfemia dell’odio di Achab verso la balena bianca.
In questo adattamento teatrale, la narrazione si snoda a bordo del Pequod, dove si consumerà la tragedia di tutti i personaggi – Queequeg, Pip, Ismaele, Stubb, Lana caprina, Tashtego, Perth – in un susseguirsi frenetico di tempeste, battute di caccia, avvistamenti, bonacce, canti, riti pagani e preghiere.
Nella ricerca maniacale di Moby Dick, è la follia a guidare il capitano Achab, ma è sul piano del conflitto umano contro Starbuck che Achab conosce l’orrore: la parte recondita della sua stessa coscienza. Moby Dick è la malattia di Achab, ma Starbuck ne è la manifestazione clinica, facendogli male con la sua “presenza” laddove Moby Dick lo fa con la sua “assenza”.
Un conflitto posto sullo stesso piano, uno specchio dove galleggia il peccato originale… una balena bianca in un abisso nero. E poi lo specchio si crepa. Non c’è redenzione sul Pequod, solo una fitta nebbia.