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(Perugia) Il settore della cura delle unghie e della ricostruzione ha conosciuto in Italia, negli ultimi trent’anni, un’espansione travolgente. Quello che alla fine del Novecento era un servizio di nicchia o un’attività occasionale relegata all’interno dei centri estetici si è trasformato in una vera e propria filiera economica autonoma e pervasiva. Tuttavia, dietro le vetrine sbrilluccicanti, i colori di tendenza e la comunicazione patinata dei social media, si cela una realtà ben più complessa e problematica: un mercato da miliardi di euro cresciuto nell’assenza pressoché totale di una cornice normativa organica a tutela della salute, della sicurezza sul lavoro e della trasparenza per il consumatore.
È questo il tema centrale dell’opera editoriale “Bellezza senza tutele. Salute, sicurezza e legalità nel settore nails in Italia” (autore Remo Rossi), un saggio-documento che analizza in modo rigoroso le criticità, i dati e le zone d’ombra di un comparto che necessita con urgenza di regole chiare.

L’impatto economico del settore cosmetico globale e nazionale è indiscutibile. Come evidenziato nell’opera, il mercato cosmetico mondiale ha toccato i 555 miliardi di euro nel 2024, con un fatturato globale dell’industria cosmetica italiana che ha superato i 16,5 miliardi di euro, spinto anche da una costante crescita dei canali e-commerce e vendite digitali (+10,7% nel 2024).
In questo quadro, il mondo Nails si è ritagliato uno spazio da protagonista. Tuttavia, l’Italia vive un profondo paradosso statistico ed economico: la ricognizione storica. L’ultima ricerca strutturata e pubblicamente nota sul comparto risale al 2009 (studio UNIPRO/Key-Stone curato da Roberto Rosso), quando già si contavano tra le 20.000 e le 25.000 operatrici nel Paese e un raddoppio dei centri estetici dediti alla ricostruzione unghie. L’ombra dell’abusivismo: le stime attuali riportate nel volume tratteggiano un’area sommersa spaventosa: si ipotizza che in Italia operino circa 200.000 operatrici irregolari, capaci di generare un fatturato sommerso stimato in oltre 5 miliardi di euro all’anno. Il divario di mercato. Un nail center regolare di medie dimensioni genera un fatturato compreso tra i 50.000 e i 100.000 euro annui (con margini di profitto tra il 10% e il 25%), ma si trova costretto a competere con un mercato parallelo esentato dai costi di conformità, sicurezza, tassazione e smaltimento rifiuti.
Il punto di forza dell’analisi di Remo Rossi risiede nella capacità di spostare il dibattito dai meri cavilli burocratici alla salute reale delle persone. La manicure moderna non è semplice decorazione, ma chimica applicata: l’uso di gel, acrilici, semipermanenti, primer, solventi e resine espone quotidianamente operatrici e clienti a fattori di rischio non trascurabili.
L’utilizzo prolungato di monomeri ed oligomeri acrilici e metacrilici (come HEMA e TEGDMA) rappresenta il principale nodo sanitario del settore. L’esposizione continuativa o il contatto accidentale con la pelle possono provocare allergie, dermatiti da contatto e sensibilizzazioni permanenti. A ciò si aggiunge l’evoluzione delle normative europee sui prodotti (Regolamento CE 1223/2009): emblematico è il recente divieto UE introdotto nel 2025 relativo all’uso del fotoiniziatore TPO (Trimethylbenzoyl diphenylphosphine oxide) nei prodotti, elemento ampiamente utilizzato nei gel fotopolimerizzabili, che dimostra la necessità di una costante tracciabilità e aggiornamento chimico lungo la filiera.

La sottopolimerizzazione e le lampade inadeguate
Un altro fattore critico riguarda l’interazione tra prodotto chimico e strumentazione. L’uso di lampade UV/LED vecchie, poco potenti o non compatibili con la specifica formulazione chimica del gel comporta una polimerizzazione incompleta. Il monomero rimasto allo stato liquido o semi-solido aumenta drasticamente la possibilità che le sostanze penetrino nella cute o vengano riassorbite, scatenando reazioni avverse.
La limatura delle unghie artificiali produce un particolato sottilissimo che si disperde nell’aria, sulle postazioni e sui vestiti. Senza idonei sistemi di aspirazione localizzata al banco e senza un adeguato ricambio d’aria, queste polveri (spesso contenenti resine e pigmenti) unitamente ai vapori di solventi e primer vengono inalate quotidianamente dalle operatrici, provocando disturbi alle vie respiratorie e irritazioni oculari.
Le posture statiche prolungate, l’inclinazione costante della colonna vertebrale e i movimenti ripetitivi delle mani durante le fasi di fresatura e decorazione costituiscono una fonte primaria di patologie croniche a carico dell’apparato muscolo-scheletrico e cervicale.
Perché l’Italia si trova in questa situazione? Il saggio ripercorre le tappe legislative del Paese, evidenziando come la Legge n. 1 del 4 gennaio 1990, che disciplina la figura dell’estetista, sia stata formulata in un’epoca in cui il settore Nails moderno (ricostruzione acrilica, gel, sistemi fotopolimerizzabili) semplicemente non esisteva ancora nei termini attuali.

Negli ultimi trent’anni, mentre il mercato globale esplodeva, in Italia il dibattito si è incagliato in controversie terminologiche ed esclusive professionali. In assenza di una legge quadro nazionale sull’onicotecnica, si è generato un mosaico territoriale frammentato. Regioni con approcci difformi: Alcune Regioni o Enti camerali hanno provato a riconoscere l’attività come autonoma o artigiana, mentre altre (come l’Umbria o la Lombardia) l’hanno riassorbita totalmente sotto l’abilitazione di estetista per ragioni igienico-sanitarie. Discrepanze comunali e SUAP: I singoli Comuni e le ASL locali applicano indicazioni arbitrarie. In alcune città è sufficiente una SCIA per l’avvio dell’attività, in altre vengono richiesti requisiti sproporzionati o del tutto generici. Controlli inefficaci: Questa giungla amministrativa scoraggia chi vuole investire nella regolarità e crea un contesto ideale per l’insediamento di centri improvvisati o attività domiciliari del tutto invisibili ai controlli sanitari.
A riprova di quanto la questione sia ormai diventata indifferibile, il 26 febbraio 2026 è stata presentata e registrata al Parlamento Europeo la petizione n. 0590/2026 (“Classification of Nail Technician activities in Italy“), volta a porre l’attenzione delle istituzioni comunitarie sul mancato inquadramento della figura dell’onicotecnico in Italia.
L’opera di Remo Rossi non si limita alla denuncia, ma propone un percorso pragmatico attraverso una vera e propria “dispensa di lavoro” attuabile in tempi brevi. In attesa che il disegno di legge nazionale (come il DDL A.S. 1619 all’esame del Senato) completi il suo iter, l’autore suggerisce l’adozione immediata di un “ponte operativo” basato su standard minimi verificabili da Regioni, ASL e Comuni.
Adeguamento tecnico dei locali: Obbligo di installazione di sistemi di aspirazione localizzata sulle postazioni di lavoro per il filtraggio diretto delle polveri di limatura e ricambio costante d’aria contro i vapori chimici.
Dispositivi di Protezione Individuale (DPI): Utilizzo sistematico di guanti idonei (in nitrile) con cambio frequente, mascherine protettive per le vie respiratorie e occhiali per le fasi a rischio.
Protocolli igienico-sanitari e tracciabilità: Procedure rigide di sanificazione, disinfezione e sterilizzazione degli strumenti riutilizzabili, abbinate all’uso corretto di materiali monouso. Obbligo di conservazione delle schede tecniche di sicurezza e tracciabilità dei lotti dei prodotti acquistati.
Trasparenza e Consenso Informato: Introduzione di una scheda informativa al consumatore prima del trattamento, volta a rilevare eventuali allergie preesistenti, onicopatie o contropatologie, e ad informare sui corretti comportamenti post-trattamento per prevenire danneggiamenti alla lamina ungueale naturale.
Formazione seria e tracciabile: Superamento dei “corsi lampo” di un paio di giorni e definizione di moduli didattici obbligatori incentrati non soltanto sulla tecnica estetica, ma su igiene, tossicologia dei prodotti, chimica degli acrilati, rischi professionali e primo soccorso.
Verso una nuova consapevolezza. Il libro Bellezza senza tutele lancia un messaggio chiaro e non più rinviabile: la tutela della salute pubblica e dei lavoratori non può essere subordinata ai tempi della burocrazia o agli interessi commerciali di un mercato deregolamentato. Riconoscere il valore reale della filiera Nails significa garantire dignità alle migliaia di operatrici che lavorano con dedizione e offrire alle consumatrici la certezza di un servizio bello, elegante, ma soprattutto sicuro.
