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All’età di 88 anni, il leggendario polistrumentista di Memphis incanta l’Arena Santa Giuliana con il suo Quartet: un flusso continuo di coscienza sonora tra echi coltraniani e misticismo orientale
(Antonio Caravella)
(Perugia) Ci sono concerti che intrattengono e concerti che, quasi per magia, trasformano lo spazio circostante in un luogo sacro. La serata di ieri, lunedì 6 luglio 2026, ha regalato al pubblico di Umbria Jazz proprio questa seconda, rarissima sensazione. Davanti a una platea dell’Arena Santa Giuliana gremita, attenta e raccolta in un silenzio quasi religioso, è salito sul palco uno dei monumenti viventi della musica afroamericana: Charles Lloyd.
Nato a Memphis e insignito del National Endowment for the Arts – la massima onorificenza che gli Stati Uniti possano tributare a un musicista jazz – Lloyd, all’età di 88 anni, si muove ancora tra gli strumenti con una grazia, un’eleganza e un’autorità senza tempo. Oggi è forse il più carismatico dei jazzisti viventi e, alla guida del suo acclamato Quartet, ha firmato una delle pagine più intense, mistiche e poetiche di tutta questa edizione del Festival.

Lo sciamano del Sax e del Flauto: più che un leader, sul palco Charles Lloyd si è dimostrato un vero e proprio sciamano. Alternandosi con disinvoltura tra il sassofono tenore e il flauto traverso, ha guidato la platea lungo un sentiero sonoro ipnotico. Quando imbraccia il sax, Lloyd evoca la profondità lirica e la tensione emotiva di John Coltrane; quando passa al flauto, introduce elementi di profonda spiritualità orientale, retaggio delle sue storiche esplorazioni nate negli anni Sessanta molto prima che si parlasse di “world music”.
Non si è trattato di una semplice esecuzione di una scaletta di brani, ma di un flusso continuo di coscienza sonora, un dialogo interiore tradotto in note che ha completamente rapito i fan presenti. Il miracolo della serata non sarebbe stato possibile senza l’apporto di tre formidabili musicisti, capaci di assecondare ogni minima intuizione del leader:
Gerald Clayton (Pianoforte a coda): Si conferma un pensatore raffinato della tastiera contemporanea. Clayton ha impressionato per l’assoluto controllo delle dinamiche, passando con naturalezza da accordi solo accennati e dal tocco squisitamente impressionista a improvvisazioni veloci, calde e ricche di blues.
Harish Raghavan (Contrabbasso): La vera ancora armonica dell’ensemble. Con il suo suono scuro, profondo e legnoso, ha costruito un tappeto ritmico solido, dialogando in modo intimo e serrato con le traiettorie del sax di Lloyd.
Kweku Sumbry (Batteria e percussioni): Un approccio unico e poliritmico. Sumbry non si limita a tenere il tempo, ma affronta la batteria come se fosse un set di percussioni africane, assecondando con sensibilità millimetrica ogni variazione di volume decisa dal sassofonista.
Usciti dall’Arena, gli spettatori hanno portato con sé la sensazione di aver preso parte a un evento unico. Charles Lloyd ha dimostrato a Perugia che il jazz, ai suoi livelli più alti, non è solo tecnica o intrattenimento: è un linguaggio dello spirito capace di sospendere il tempo.
