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Di Simona Ambrosio
(Perugia) C’è un momento in cui anche i luoghi più resilienti, quelli che hanno resistito a crisi economiche, mode passeggere e cambiamenti generazionali, si arrendono. Non per mancanza di pubblico, non per scarsa qualità, ma per qualcosa di più insidioso: l’abbandono istituzionale e l’ostilità quotidiana che logora, giorno dopo giorno, fino a spezzare anche le volontà dei più tenaci.
Il Kandinskij di Perugia, storico punto di riferimento per la vita notturna e culturale della città, ha chiuso definitivamente i battenti. La notizia ha il sapore amaro di una sconfitta collettiva, perché quando un locale che ha fatto storia viene costretto a chiudere, non si perde solo un esercizio commerciale. Si perde un pezzo di identità urbana, un luogo di aggregazione, un frammento di quella memoria condivisa da un pubblico di tutte le età che ha tenuto insieme le comunità.

Le parole del proprietario Simone Boccardini pesano come macigni e risuonano come un atto d’accusa: l’indifferenza dell’amministrazione comunale e il mobbing sistematico perpetrato da un vicino hanno reso impossibile continuare. Azioni non considerabili del tutto lecite viste le telecamere di sorveglianza posizionate dai vicimi e, molto probabilmente, non segnalate alle autorità. Oltre a non essere state indicate dagli appositi cartelli, laddove puntavano la strada pubblica e l’ingresso del locale violando cosí il basilare principio della privacy. Non sono state le difficoltà economiche comuni a tanti imprenditori a spegnere le luci del Kandinskij, ma l’impossibilità di lavorare in un clima ostile, senza il supporto di chi dovrebbe tutelare il tessuto commerciale e sociale della città.
Immaginate di aprire ogni giorno la serranda del vostro locale sapendo che troverete auto danneggiate, clienti insultati, tensioni che avvelenano l’atmosfera. Immaginate di bussare alle porte delle istituzioni cercando un aiuto, una mediazione, una soluzione, e trovare invece muri di gomma, pratiche che si arenano, problemi che vengono minimizzati. La frustrazione diventa un compagno quotidiano, l’entusiasmo si spegne, la passione che ti ha spinto a creare qualcosa di bello per la tua città si trasforma in amarezza.
Oggi, entrando nel locale ormai chiuso, le pareti, tappezzate di foto e immagini, raccontano ancora una storia diversa, quella di anni di fermento culturale e passione. Le locandine degli eventi passati coprono ancora gli spazi delle pareti, testimoni silenziose di una stagione che non tornerà. Lì ci sono i nomi di artisti del calibro di Mannarino e Alberto Camerini, concerti che hanno fatto vibrare quelle mura, serate che hanno lasciato un segno nella memoria di chi c’era. Quelle locandine sono come pagine di un diario collettivo, frammenti di un’energia che ha animato la città, prove tangibili che il Kandinskij non era un locale qualunque.

Il Kandinskij era molto di più di una semplice attività. Era un presidio culturale in una città che ha bisogno di spazi vivi, di luoghi dove le persone possano incontrarsi, confrontarsi, divertirsi. Era un simbolo di resistenza imprenditoriale, di chi crede nel valore dell’ospitalità e della cultura. Oggi quella resistenza si è infranta contro la più frustrante delle avversità: non quella del mercato, ma quella dell’indifferenza umana, istituzionale… e dell’intolleranza del vicinato.
Resta la domanda dolorosa che ogni perugino dovrebbe porsi: quanti altri locali, quante altre attività, quante altre storie dovranno chiudere prima che qualcuno si accorga che una città non vive solo di monumenti e turismo, ma anche dei suoi luoghi quotidiani di socializzazione, di chi ci investe con passione il tempo e le risorse? Quando l’indifferenza diventa la risposta istituzionale e il mobbing resta impunito, a perdere non è solo un imprenditore, ma un’intera comunità.
Il Kandinskij chiude lasciando un vuoto che difficilmente sarà colmato, e un monito che non dovrebbe cadere nel vuoto: senza tutela, senza attenzione, senza rispetto per chi anima le nostre città, perderemo pezzi preziosi della nostra identità urbana. E quando ce ne accorgeremo, forse sarà troppo tardi. Oggi rimarrà solo un ricordo indelebile per chi lo ha conosciuto e vissuto.